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Nei loro occhi lo sguardo della foresta, puro, cristallino, come una goccia di rugiada che riflette l’essenza primaria,

primigenia dell’essere al mondo.


Uno sguardo che non può lasciare indifferenti.
L’indagine ritrattistica dell’artista Pina Angemi si concentra sulla fisiognomica del gorilla silverback. Attraverso le loro fattezze l’artista si interroga su un’antica lacerazione, quando l’uomo, incamminandosi verso la dimensione cosmologica, si è separato dal proprio ambiente naturale in favore di un artefatto. Il silverback è un primate che trasmette una naturale fierezza, un animale di grande potenza fisica ma privo di ostentazioni. La sua vita è generalmente pacifica, vive in piccoli gruppi basati sul muto soccorso. Egli è il figlio prediletto della foresta, è l’animale più simile all’uomo e in questo si tradotta in emozioni di rifiuto a diventare estraneo di sé stesso. L’incontro con lo sguardo di un silverback non può lasciare indifferenti. Per Pina Angemi è stata letteralmente una folgorazione, quegli occhi parlano a noi, ci suggerisce l’artista attraverso le sue immagini, ci riportano ad un tempo magico, mitico, un tempo in cui vivevamo una vita felix. Il lavoro figurativo dell’artista ci suggerisce che per aprirsi ad una tale esuberanza è necessario accogliere la totale esorbitanza della natura, ritornando a dare senso all’immagine che ha prodotto la figura del primitivo.
Vivere un’esistenza felice in simbiosi con la natura.
Per Pina Angemi l’immagine del primitivo, del primario, evocata dal silverback, corrisponde essenzialmente alla possibilità o meno per l’uomo di poter vivere una vita in simbiosi con la natura. Il selvaggio è dunque semplicemente colui che si affida alla natura, non per ingenuità, o perché inferiore, come ha voluto descriverlo molta letteratura antropologica; altresì, il primitivo rievocato dall’artista è colui che vede il suo maggior profitto nella mutualità e rigetta le separazioni. Libero da preconcetti, il selvaggio sembrerebbe l’unico approccio sostenibile, ecologico, in grado di tracciare una linea antropica felix, capace di fondere il piano ontologico con quello epistemologico.

he danza con il vento, mentre si tiene stretto con le proprie radici al terreno, il selvaggio a cui rimandano gli occhi dei gorilla di Pina è felice, perché sente di essere al posto giusto nel momento giusto. Egli ha messo la natura come punto di riferimento ideale della sua esistenza e vive in armonia col creato. Il suo tempo è un non tempo, lo stesso rievocato nel mito dell’Età dell’oro di Esiodo, o nelle diverse utopie che vivono di tale idillio.
Lo sguardo che diventa testimonianza dell’essere al mondo.
Lo spettatore non può rimanere indifferente, gli sguardi dei Silverback, rappresentati dall’artista, ci invitano a domandarsi se è possibile rievocare la pace e il senso di sicurezza che trasmettono. Ma non si può andare oltre, del primitivo non si può fare letteratura, non ci sono parole che possano descrivere l’azione dell’essere senza perdersi nella contemplazione. Cosa rimane? Uno sguardo, uno sguardo istantaneo di intelligenza, per intero è condividere il logos. Ovvero l’immagine immaginata di questa realtà che parla di noi. Il messaggio espressivo di Pina Angemi ci induce ad affermare che per dare un senso alla realtà è necessario mischiare il proprio sangue con le immagini che rappresentano i nostri valori. Bisogna essere artisti, superando l’immagine artefatta che coincide col pensiero unico e la retorica, per dare vita al nostro potenziale espressivo. Credendo in sé stessi, nelle proprie intuizioni, in quei sogni nel cassetto che si trasformano in rivelazioni. Disegnare un silverback è per l’artista l’inevitabile assemplazione del soggetto ritratto, nell’intento di diventare altro da noi stessi. L’arte è essenzialmente per Pina Angemi il disvelamento di un fuori campo, di un orizzonte possibile in grado di dare una visione più prospettica possibile della nostra natura, di ciò che siamo e di quello che potremmo diventare.
Là [dove] tutto non è che ordine e beltà, lusso calma e voluttà.
L’arte è sempre semplice, come la verità che una volta rivelata schiarisce gli animi. L’arte è nell’assoluta spontaneità dell’azione che rende l’artista sincero. È questa la genuinità artistica che Pina ci trasmette nell’atto di fondere i suoi occhi con quelli dei primati. Per l’artista entrare nei loro sguardi significa riscoprire l’origine essenziale, minimale dei nostri sentimenti, catapultandoci al principio di ogni senso antropologico di essere al mondo. I loro occhi sembrano suggerirci che non c’è bisogno di dare un senso alla vita perché il senso è nella semplicità dell’apparizione. Nella capacità espressiva che Angemi traduce in immagini non finite perché infinite. L’arte in definitiva è quella di mettere a fuoco ciò che conta veramente, ciò che sta’, che rimane. Per questo considero i gorilla di Pina Angemi delle vere e proprie apparizioni. Immagini totemiche che nascono dal caos del supporto secco dal carbone, senza una precisa collocazione spazio-temporale. Ciò che però risulta messo assolutamente a fuoco è il loro sguardo, il quale diventa riflesso della nostra natura più intima. Esso ha un potere epifanico, in grado di far riemergere la foresta che è in ognuno di noi, accompagnandoci un cammino fatto di pace e armonia. Uno sguardo in grado di proiettarci Là [dove] tutto non è che ordine e beltà, lusso calma e voluttà, come recita la poesia di Baudelaire Invito al viaggio, che ha dato il titolo al paradisiaco dipinto di Matisse. Perché l’Età dell’oro non può che essere qui ed ora. Dentro i nostri sguardi creati per immaginare, nell’essere in quanto tale, e nella sua propensione a rendersi esperibile, sperimentabile, traducendosi infine in espressione in grado di emozionare, rendendoci protagonisti nell’essere al mondo.

 


Stefano Puglisi

Mostra personale di Pina Angemi

24/31 gennaio 2026

lunedi - venerdi 10:30 - 12:30 16:30 - 19:00

sabato 10:00 - 13:00

domenica 10:30 - 12:30

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